L’insostenibilità della crescita

ripropongo da http://acrescita.org/

Probabilmente non è lontano il momento in cui la pianta parassita avrà soffocato del tutto l’albero di cui ha succhiato la linfa, condannando l’enorme e arrogante fogliame al deperimento e alla morte. – Serge Latouche

Il vocabolo crescita, con tutti i suoi numerosi aggettivi, è sulla bocca di tutti in questi tempi di crisi. La crisi economica, del resto, prima che una crisi del lavoro o del tessuto sociale, è naturalmente una crisi della crescita. Ma questo cosa significa esattamente? Per quanto gli economisti ortodossi non lo vogliano o non lo sappiano ammettere apertamente, tutto il costrutto teorico che ruota attorno al concetto di crescita si riduce a una mera tautologia. Si sostiene che senza crescita non possano esserci opportunità, senza opportunità non possa esserci lavoro, e senza lavoro consumi. E i consumi alimentano la crescita, e così via. Il benessere umano in tutto questo non è che l’ineluttabile esternalità secondaria di un processo che si autoaccresce illimitatamente e il cui fine, se mai esiste, non è noto. Così senza crescita nulla è possibile, e la crescita diviene come la mano di Re Mida, che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Sappiamo tutti come finisce la sua storia.

L’insostenibilità di una crescita illimitata

Mettiamo però da parte per un momento la limitatezza delle prospettive esistenziali che veicolano la credenza in un rapporto causale diretto fra consumo e benessere umano, per considerare qualcosa che è sotto gli occhi di tutti: la crescita infinita, in natura, non esiste, o quasi. Dico quasi perché fra tutti gli organismi terrestri, in effetti, ve n’è uno che cresce di dimensioni indefinitamente: il parassita. Continua a farlo finché l’organismo ospite non muore, o finché il parassita stesso non viene asportato. La società della crescita sta uccidendo il suo organismo ospite, e lo sta facendo ad una velocità sempre maggiore. Con un tasso di crescita del Pil globale del 3,5% annuo (inferiore all’attuale media mondiale che è del 4% circa) avremmo in un secolo un fattore di moltiplicazione di 13. 780. Anche ipotizzando un tasso di crescita più ridotto, diciamo del 2% annuo, in duemila anni ci ritroveremmo con un Pil moltiplicato per 160 milioni di miliardi! E tutto questo senza mettere in conto un probabile aumento della popolazione mondiale. Ciò significa un consumo di risorse moltiplicato di 160 milioni di miliardi, e dunque un fattore di moltiplicazione degli sprechi di 160 milioni di miliardi, o poco meno, mettendo in conto la sottrazione al Pil dei servizi a basso dispendio energetico.

Ma il problema non è un tasso di crescita più o meno sostenibile, quanto l’insostenibilità di qualsiasi crescita sul lungo periodo, quale che sia il tasso. Due ne sono le ragioni principali:

*La finitezza delle risorse e dell’energia disponibile.
*Le esternalità negative del ciclo di produzione-consumo della megamacchina capitalistico-consumistica, ovvero l’inquinamento con tutte le sue conseguenze correlate, riscaldamento globale in primis.

La legge dell’entropia e la fine delle risorse

Il supporto teorico alla prima ragione lo ritroviamo nelle leggi della termodinamica elaborate da Carnot ed applicate per la prima volta all’economia dal grande economista rumeno Nicolas Georgescu-Roegen, fondatore della scienza bioeconomica e primo studioso a parlare di decrescita.

La seconda legge della termodinamica afferma infatti che l’entropia (cioè l’ammontare di energia legata, non utilizzabile dall’uomo) in un sistema chiuso aumenta ininterrottamente. Possiamo considerare la Terra, fatte le dovute eccezioni, come un sistema chiuso. L’energia libera, utilizzabile dall’uomo, si trasforma costantemente in energia legata e questo processo, sebbene ineluttabile, è accelerato dalle attività umane e in particolare dall’industrialismo e dal consumismo ipertrofico degli ultimi decenni.

Su questo punto vi è però un grande malinteso. Gli apologeti della crescita sostenibile concordano di solito che la limitatezza delle risorse costituisca un problema, ma ritengono che tale problema possa essere aggirato facilmente attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili e pratiche di riciclo su vasta scala. Ciò è vero solo in parte. Tralasciando i costi in termini di risorse/energia degli impianti necessari all’utilizzo di tali energie, essi mettono in secondo piano l’enormità dei beni che vengono prodotti e consumati ogni giorno a livello globale. Naturamente questi ultimi, che siano bandierine per i cocktail o barche di lusso, vengono prodotti utilizzando una parte del limitato stock di risorse del pianeta. Tali risorse non sono riciclabili al 100% e, se anche lo fossero, il processo di riciclaggio richiederebbe ulteriore energia, anch’essa non rinnovabile al 100%. Dunque riciclo ed energie rinnovabili, seppure importanti, non sortiranno effetti significativi fintanto che non verrà colpito il cuore pulsante dello spreco: la megamacchina capitalistico-consumistica alla base della società della crescita. Affinché un tale colpo sortisca un effetto è però necessario recidere le tre arterie principali che lo alimentano: la pubblicità (che crea artificialmente nuovi bisogni), l’obsolescenza programmata (che fa sì che tali bisogni debbano essere soddisfatti da prodotti sempre nuovi) e il sistema creditizio (che permette a tali bisogni di essere soddisfatti). Solo così sarà possibile assestare il colpo mortale al cuore del parassita. Parallelamente è essenziale che avvenga una presa di coscienza dei problemi innescati dall’attuale sistema, da parte di tutti. Diventare obiettori di crescita e decolonizzare il proprio immaginario dall’ideologia della crescita è un passo imprescindibile verso una diversa società e un diverso vivere.

Le esternalità negative della crescita

La seconda ragione non credo richieda spiegazioni: i danni enormi che stiamo apportando alle nostre foreste, alle nostre acque, alla flora, alla fauna e in generale agli ecosistemi sono sotto gli occhi di tutti. Come ho accennato sopra, ci viene propinata a ogni ora del giorno e della notte la favola dello sviluppo sostenibile, vera e propria contraddizione in termini con la quale economisti e politici tentano di procrastinare l’inevitabile confronto con la realtà. E la realtà è che in natura l’eccessiva massimizzazione di una qualsiasi variabile, per quanto positiva, porta inevitabilmente a risultati catastrofici. Gli ecosistemi si sono conservati fino ad oggi sulla terra attraverso equilibri delicati. Trascurare questa verità palese sta portando l’umanità a sconvolgere in pochi decenni quanto è venuto formandosi in milioni di anni. E’ indubbio che, se non faremo al più presto qualcosa per invertire la rotta, ciò apporterà gravi danni alle generazioni future. Danni che difficilmente saranno completamente riparabili.

La decrescita è un atto di rinuncia?

Rinunciare agli sprechi, rinunciare alla crescita, non significa rinunciare all’uomo. Non significa rinunciare alla felicità e al benessere. Negli ultimi duecento anni, prima in occidente e poi in oriente, l’uomo si è progressivamente abituato ad associare alti livelli di consumo al benessere. Questa convinzione resta ben radicata nonostante le prove del contrario siano numerosissime e sotto gli occhi di tutti. Sappiamo ad esempio che l’aumentato consumo di cibi ha portato nelle società del nord del mondo ad un drastico aumento della percentuale di obesi, e non è difficile immaginare un’associazione tra lo stress da consumo e da scelta indotti dall’industria pubblicitaria e l’aumento esponenziale del consumo di psicofarmaci degli ultimi decenni. Gli esempi che si potrebbero fare sono pressoché infiniti.

L’ideologia della crescita ci proietta verso il futuro impedendoci di godere del presente. Invece che nell’eterno presente viviamo nell’eterno futuro. Ma mentre quello della crescita è un futuro distopico, la decrescita non è per opposizione un ritorno al passato. E’ al contrario un invito a costruire un diverso presente, né distopico né utopico: possibile.

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Una risposta a “L’insostenibilità della crescita

  1. Ciao! Ti ringrazio per la condivisione.

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