Quella «sinistra» che nega i diritti

Quella «sinistra» che nega i diritti
di Luigi Manconi.

Confesso: ho parlato numerose volte al telefono con il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri; e le ho sottoposto vicende di persone recluse, le cui condizioni di detenzione o il cui stato di salute reclamavano attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria. E, ancora prima, e per le medesime ragioni, mi è capitato di parlare con il ministro Paola Severino e, anni addietro, con i ministri Oliviero Diliberto e Piero Fassino. Nella stragrande maggioranza dei casi, si trattava di detenuti senza nome e cognome, spesso privi di avvocato e di qualunque risorsa materiale e immateriale. Talvolta si trattava di persone titolari di beni e di un nome noto: come Angelo Rizzoli, affetto da sclerosi multipla e da una grave insufficienza renale, che ha dovuto attendere quasi cinque mesi la concessione degli arresti domiciliari. Perché anche questo è un tratto, in genere ignorato, del sistema penitenziario: sopravvive, sì, un certo numero di privilegi ma la reclusione produce un rapido livellamento verso il basso delle condizioni di tutti. Dunque, confesso e credo proprio che, in futuro, sarò recidivo.

Su l’Unità di ieri, in una bella vignetta di Sergio Staino, Ilaria chiede: «Cosa può fare adesso la Cancellieri?»; e Bobo risponde: «Dare il suo numero di cellulare a tutti gli Stefano Cucchi d’Italia». C’è chi non lo sa, ma Staino, oltre a essere un magnifico disegnatore, è persona retta e garantista coerente: e la deformazione satirica dei fatti coglie nel segno con puntuta intelligenza. Non così un giornalista molto brillante che qualche giorno fa, nel corso di una trasmissione televisiva, ha detto ironicamente: «Immagino che il ministro sarebbe intervenuta nello stesso modo anche per uno come Stefano Cucchi». Il giornalista in questione è uno che non ha mai scritto un solo rigo a proposito di Cucchi e che ignora come il ministro Cancellieri abbia ricevuto, e per due volte, i familiari del trentaduenne morto nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini. E altrettanto ha fatto con la sorella di Giuseppe Uva e con quella di Dino Budroni, con la figlia di Michele Ferrulli, con i genitori di Federico Aldrovandi e con Luciano Isidro Diaz, che porta ancora sul corpo i segni delle violenze subite durante un fermo.
Nel merito della vicenda relativa a Giulia Ligresti i fatti sono chiari: ricevuta la segnalazione delle gravi condizioni di salute di una detenuta il ministro ne ha interessato l’autorità competente. L’amministrazione penitenziaria ha fatto quanto era nella sua responsabilità e la magistratura si è mossa in maniera totalmente autonoma. Giulia Ligresti non è stata dunque scarcerata per un favore concesso dal ministro, che non ha esercitato alcuna pressione su Procura e giudice per le indagini preliminari, ma esclusivamente per decisione della magistratura sulla base dei presupposti di legge. Presupposti tanto più rigorosi perché Giulia Ligresti si trovava in custodia cautelare: non condannata, e dunque da innocente.

Questo particolare non andrebbe dimenticato in un Paese che ha il triste primato europeo dei detenuti in attesa di giudizio. Appare perciò pretestuosa la polemica preventiva di chi trasforma un giusto intervento in un illegittimo privilegio, sulla base del presupposto indimostrato di una sorda indifferenza alle legittime lamentele di altre centinaia o migliaia di detenuti. Si sospetta una discriminazione, e tanto basta ai militanti del partito «Più Carcere Per Tutti».
Ciò detto, se il ministro ha agito doverosamente e nell’ambito delle proprie competenze, resta il problema di cosa accada in altre circostanze e di come i singoli detenuti (tutti i singoli detenuti) possano far valere i propri diritti.
Dunque, piuttosto che biasimare un intervento a tutela del fondamentale diritto alla salute di una detenuta (qualunque sia il suo ruolo sociale), bisognerebbe capire come estendere la massima tutela possibile alla generalità dei detenuti.
Molto in questi anni è stato fatto dalla magistratura di sorveglianza e dalla Corte costituzionale, che ha riconosciuto la intangibilità dei diritti umani dei detenuti e la piena efficacia delle decisioni del giudice nei confronti dell’amministrazione penitenziaria. Un passo ancora potrebbe e dovrebbe essere fatto: istituire finalmente il Garante nazionale delle persone private della libertà, come si sta proponendo da quindici anni e come si sta sperimentando in molte Regioni e in molti enti locali. Un difensore civico dotato di incisivi poteri di intervento, cui tutti i detenuti possano rivolgersi liberamente e direttamente. Sarebbe una scelta assai utile al fine elevare gli standard di tutela dei diritti all’interno del sistema penitenziario.
Ma la vicenda Ligresti-Cancellieri propone una ulteriore lezione. Sullo sfondo emerge una tendenza culturale assai diffusa, specie – ahinoi – a sinistra. Una sorta di rancorosa e surrettizia lotta di classe per via giudiziaria che – incapace di garantire i diritti dovuti a tutti i cittadini – si contenta di sottrarli a chi riesce in qualche modo a beneficiarne (certo: anche grazie al diseguale potere di cui si dispone). Se non possiamo essere uguali nei diritti è meglio esserlo nei non diritti? Tutti sulla forca pur di essere tutti allo stesso livello? Si manifesta, così, un feroce meccanismo demagogico: in nome di un presunto egualitarismo si propugna un livellamento delle garanzie verso il basso.
Si ritiene, cioè, che l’assunto della legge «uguale per tutti» possa essere trasformato in uno scadimento generalizzato dei diritti e delle tutele verso il grado più infimo della loro applicazione, mentre dovrebbe essere l’esatto contrario. E in questo meschino surrogato di lotta di classe si ricorre al carcere in luogo degli antichi e cari metodi del conflitto. Ma quelli sì che avevano una loro nobiltà. Invece qui siamo alla torva invocazione del carcere come strumento di giustizia sociale.

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